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Nel salotto di... Federica

"Il Sudan di Anita"

di Federica Prandi

Determinata, spigliata, chiara a trasparente nei suoi ideali. Così è apparsa Anita Bressan, la trentaduenne scrittrice originaria di Ajello in Friuli, ospite dell’ultimo incontro letterario “CGILINCONTRI Estate”, organizzato dalla Camera del Lavoro di Corrreggio al Kiosco del Parco della Memoria, l’11 settembre scorso. Davanti ad un pubblico attento e incuriosito, Anita ha presentato il suo primo libro “Lettere dal Sudan”, edito da Narrativa Kappa Vu, che traccia l’esperienza umana e professionale da lei vissuta durante alcuni mesi trascorsi nello stato africano. Infatti, dopo tre anni passati da assicuratrice negli ambienti della City di Londra, ai primi di agosto del 2004, Anita decide di lasciare- come lei stessa lo definisce nel prologo del suo volume- “un lavoro sicuro e ben pagato” per dedicarsi all’insegnamento della lingua inglese in una scuola privata sudanese. Tante le difficoltà ma anche le soddisfazioni che Anita troverà nel suo percorso, durato fino alla metà dell’autunno dello stesso anno e che veicola con tanta passione ed accuratezza di dettagli all’interno di e-mail indirizzate ad amici e parenti, essenza della sua opera. Nel libro, l’attenzione è soprattutto rivolta alle descrizioni dei luoghi e delle persone, delle condizioni e modi di vita sudanesi, delle caratteristiche della città africana; tra le righe, compaiono tuttavia pure, sprazzi della sua vita sentimentale, sino alle intime confidenze, tipiche di un diario.
Durante l’incontro dell’11 settembre scorso, Anita stessa ha risposto ad alcune domande che hanno messo in luce sia i contenuti del volume che la forte personalità della scrittrice.

Anita, perché ad un certo punto della tua vita hai sentito il bisogno di scappare da Londra e lavorare in Africa?

E’ stata una necessità fisiologica inevitabile, poiché l’ambiente della City di Londra è terrificante, lo definirei un mondo di squali. Se resisti in questo clima diventi così ed io non volevo esserlo. Ad un certo punto ho sentito che non potevo più trascurare la mia umanità

Com’è stato l’impatto con il Sudan?

Sono arrivata all’aeroporto della capitale, Karthoum, accolta da contraerei e mitra, però devo dire che a parte questa prima parentesi, l’affetto dei sudanesi si è fatto sentire immediatamente.
Nel tuo libro, parli con grande rispetto delle donne sudanesi. Che cosa ti ha colpito maggiormente di loro?
Sono rimasta impressionata dalla forte solidarietà che esiste tra loro e che è possibile in virtù del fatto che i valori condivisi non sono quelli del soldo e della carriera ma dell’aiuto reciproco. Inoltre, devo anche segnalare che esse non sono così sottomesse come si potrebbe pensare all’interno di un paese islamico dove vige ancora la Sharia: alcune di loro hanno studiato e sono di mentalità aperta.

Come ricordi invece gli uomini?

La spinta al miglioramento è più insita nelle donne che negli uomini. Tuttavia, ricordo un ragazzo giovane, anche citato nel libro, che ha capito il nostro mondo pur non avendolo mai visto. Un “comunista” sudanese di grande sensibilità che a me, ha insegnato molto: in primis, il recupero di quei valori che l’Occidente ha purtroppo perso.

Tu scrivi pure di “Mal d’Africa” e sottolinei che non si tratta di un virus corporeo. Che cos’è allora?

Vivere il Sudan come l’ho vissuto io, fa capire che questo continente ha la sua attrattiva: gli agenti atmosferici, la natura imprevedibile, la solidarietà tra esseri umani, il senso dell’amicizia. Il Mal d’Africa sembra un clichè ma esiste veramente.

Ti giro una domanda che hai riportato in una mail del libro: “Perché noi esseri umani permettiamo che altri vivano in queste condizioni?”. Ti sei data una risposta Anita, in questi due anni?

Purtroppo no. Però, a mio parere, se permettiamo che gente viva in condizioni così terrificanti come quelle viste in Sudan, ciò è dovuto anche ai mezzi di comunicazione, spesso poco fedeli nel riportarci la realtà dei fatti e dei contesti.

Cosa si può fare per migliorare uno status vivendi simile?

Personalmente, provo un forte senso d’impotenza. Tuttavia, è già importante credere che insieme, qualcosa si possa fare e cercare di formarsi una coscienza critica su ciò che succede in quei luoghi, senza affidarci troppo a televisioni e giornali. L’unico suggerimento che mi sento di dare è che a lasciarsi “contaminare”, ad essere disponibili al confronto con il modo di vivere altrui, si trae spesso beneficio.